Omelia 07 luglio 2019
“Per me non conta l’incirconcisione, né la circoncisione”.
Oὔτε τί ἐστιν (ùte ti èstin): vale zero, dice perentorio, Paolo. Tranchant!
L’incirconcisione della carne senza cicatrici è la natura e basta, così com’è, in cui c’è solo la legge dell’istinto che ha un orizzonte naturale: sono permessi solo i desideri naturali che la natura soddisfa. Ma la natura, per un pagano – lo dice bene Leopardi – è matrigna, suscita desideri a cui lei non può rispondere, “non mantiene poi quel che promette allora”.
E quindi il pagano, il non circonciso, è un uomo ultimamente depresso, non si può permettere di desiderare tutto, glielo vedi in faccia.
E il circonciso, invece – quello che ha la carne marchiata, segnata dalla legge di Dio, da una legge che si impone da fuori, da sopra, che poco o tanto lo coarta, lo costringe, che gli toglie sempre qualcosa e gli aggiunge sempre qualcosa – è un uomo che non ha più la natura autentica, come Dio la fa; è un uomo artificioso, artefatto, non è più spontaneo, non ha la fragranza delle cose autentiche, come il cibo “cotto e mangiato”. È un uomo artificioso, artefatto, non c’hai gusto a stare con lui. Gli manca sempre qualcosa, smania sempre qualcosa in più. È un uomo, quindi, represso.
Il pagano è depresso, il circonciso è represso nei suoi desideri più umani.
E Paolo dice: “Questi due tipi umani per me – οὔτε τί ἐστιν (ùte ti èstin) – sono zero; per me conta solo l’essere nuova creatura, καινὴ κτίσις (kainè ktìsis): una creazione nuova, come un nuovo Big Bang.
“Dentro la mia natura – io ero non circonciso – ha fatto irruzione un’altra vita”, una vita che erompe dal sepolcro di Gesù risorto e che irrompe in quelli che incontra che non lo rifiutano, lo accolgono.
“È successo a me, è successo a Pietro e agli altri a Pentecoste.”
E com’è la nuova creatura?
Se il pagano non circonciso è depresso e il circonciso è represso, com’è l’uomo rinato, la nuova creatura, l’uomo espresso, com’è?
Luca, amico di Paolo, dice nel Vangelo, descrivendo i settantadue discepoli:
“Rallegratevi, i vostri nomi sono scritti in cielo”.
È gente cosciente che il suo nome è scritto nel cielo. E tu glielo vedi in faccia perché in faccia gli vedi il cielo, vedi nello sguardo, senti nel tono, che questi sono uomini che vivono desiderando il cielo. Sono certi che il cielo esiste, l’hanno visto, per un istante l’hanno visto. Poi può venire il cielo cupo, temporalesco di adesso, ma noi non siamo scemi a dire che il sole non c’è più, che l’azzurro non c’è più.
Sappiamo che c’è una coltre in mezzo, ma l’abbiamo visto, l’abbiamo visto sulla terra come un punto in cui il cielo era visibile, chiaro, nella faccia di un uomo che si chiamava Gesù risorto. E adesso lo vediamo in noi stessi. Ormai, anche se c’è il temporale, il cielo si sente nel fremito, è ormai incancellabile nella nostra vita, altro che la circoncisione!
Dove lo vedi scritto il tuo nome? Dove è che tu prendi coscienza di te, di essere nuova creatura? Dove ti accorgi che dici io come mai l’hai detto prima? Se ti ricordi di questo e ridici quel sì, in questo istante, riaccade per me καινὴ κτίσις (kainè ktìsis) – la nuova creatura – e il resto οὔτε τί ἐστιν (ùte ti èstin): vale zero.