Omelia, 9 luglio 2019
“Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele”.
Perché, te lo vedo in faccia, essere Giacobbe non ti basta.
Hai tutto, hai fatto fortuna, hai guadagnato soldi, hai avuto anche il perdono dal tuo peccato da tuo fratello Esaù per avergli rubato la primogenitura. Hai tutto, sei il capo, che ci fai in questo luogo? Cosa vieni a gridare? Perché cerchi il Mistero?
E Giacobbe sbotta. Dice: “Io non ti lascerò se non mi avrai benedetto”. Agguanta questa specie di fantasma: “Io non ti mollo, non posso vivere se tu non mi benedici. Che cosa me ne faccio dei soldi, della fama, sono il capo della tribù?”
“Non ti lascerò se non mi avrai benedetto”.
Io della benedizione, degli applausi degli uomini, non so cosa farmene. Io ho pace dentro di me solo se so che Tu mi benedici, che Tu mi vuoi.
Noi stasera siamo qui e ci portiamo nel cuore la stessa sfida di Giacobbe: non ci basta un po’ di vacanza, un po’ di amici…
A noi ci servono gli amici – per questo facciamo la vacanza insieme – ci servono gli amici di Giacobbe: amici che vanno insieme a sfidar Dio, che dicono: “Non ti lascerò se non mi avrai benedetto!”
Io non torno a casa se non ho addosso il segno della tua benedizione, il segno del segno che Giobbe si porterà dopo l’alba. Spuntò il sole e Giacobbe zoppicava all’anca. Un segno che lo ferisce fisicamente, perché Dio è il creatore di tutto, Dio non è un puro spirito, Dio passa dalla terra, Dio non segna l’anima di Giacobbe, segna anche il corpo.
E Giacobbe, dopo aver avuto l’audacia di sfidare Dio – “voglio la Tua benedizione”, il segno nella mia vita che Tu sei con me – il segno ce l’ha, ma il segno lo fa zoppicare! Ha il nervo sciatico – io l’avrò avuta dodici anni fa la sciatalgia – ad ogni passo ti viene in mente Dio, non sempre per pregare, perché fa male il nervo sciatico.
Giacobbe, tutta la vita, ad ogni passo, ad ogni respiro, ad ogni gesto diceva “Ahi!”. Era costretto a pensare a Dio perché lui non poteva più fare un passo, esprimere un gesto se non sentiva Dio presente. Dio era essenziale, senza Dio la vita di Giacobbe non era più vita, tanto che gli viene cambiato anche il nome.
יַעֲקֹב “Yaʿaqov” (jacov) – non so se se lo sapete che Giacobbe… – “yaʿaqov” (jacov) vuol dire calcagno, tallone, perché Giacobbe era gemello e lui era il secondo dei gemelli e da quando è nato l’ostetrica non riusciva a “stricarlo” perché aveva agguantato il calcagno del primo per sorpassarlo, sbucando fuori. Questo era Giacobbe, era un furbetto! E lo chiamavano “calcagno” – mi spiego – “tallonatore” letteralmente: quello che ti tallona per farti fuori all’ultima curva.
Giacobbe era così! E ha sfidato anche Dio, voleva essere il primo, il primogenito davanti a Dio. Dio lo esaudisce, lo chiamerà ישראל “ish-ra’-el” (Israele): l’uomo che ha osato sfidare Dio, l’ha visto in faccia e ne rimane bruciato. Giacobbe ha questo segno addosso, una volta che ha visto Dio, Dio ce l’ha per sempre.
Noi siamo qui con la stessa audacia, non andiamo a casa dopo aver fatto il Club Méditerranée, però abbiamo una tentazione – che è quella dell’uomo moderno che tante volte serpeggia anche tra noi. L’uomo moderno dice che se Dio è questo non stai mica più in pace, non hai più pace! Perché Dio non ti mette a posto la vita, ti ferisce, si fa sentire.
Per l’uomo moderno questa fede è una maledizione, che Dio esista va benissimo, perché Dio è utile, ma che Dio sia presente in questo modo per l’uomo moderno è una maledizione.
Che cosa sia per noi ce lo diranno le nostre facce col passare dei giorni!