Omelia 03 maggio
“Senza linguaggio e senza parole per tutta la terra si diffonde il loro annuncio”
Questa è la dinamica dell’esperienza cristiana che si diffonde senza parole. È una vita che parla da sé.
Volto, sguardo, tono, tutto grida questa vita. È una vita che è trasparente, evidente, incontrabile, ti lascia un segno addosso e ti fa insorgere una domanda – quella che gli amici di Corinto fanno a Paolo -: “Ma di cosa stai parlando? Cosa è questa vita nuova che ti trovi addosso? Questa nuova creatura che ti senti?”
E lui: “Io vi ho trasmesso quello che anche io ho ricevuto”.
Ricevuto, non inventato. Io non ho inventato nulla.
Ha fatto irruzione in me un giorno a Damasco. Mi ha sorpreso e continua a sorprendermi. L’unica colpa mia è che io riconosco questa vita che irrompe in me, la accolgo, la lascio liberamente irrompere in me. Io so solo non me la so spiegare… Figuriamoci! So solo da dove viene, dove nasce, quali fatti l’hanno innescata. Ci sono dei fatti che sono come l’irruzione di un vulcano: io so che vien da lì e devo spendere la vita per scavare quei fatti. So che viene da Gesù che morì, che fu sepolto, che è risorto, che apparve e che continua ad apparire. E per ultimo è apparso anche a me. Tutto è iniziato in quei fatti lì, sono come un vulcano che una volta iniziato continua ad irrompere con questa vita dentro di me e in chi mi incontra, in chi riconosce questa vita.
Io, se una colpa ce l’ho, è che non posso non fare memoria di quei fatti: morto, sepolto, risorto, riapparve.
Io ne faccio memoria, non mi serve altro che farne memoria. La vita non ha bisogno di condizioni particolari, sociali, legali di qualunque tipo, non ha bisogno di condizioni favorevoli.
La vita basta a se stessa, io ho solo il problema di capirne l’origine, da Chi viene, cosa comporta, che novità porta dentro, dove andrà, come si compirà. Questo io devo scoprire e mi ci vuole una vita – anzi, ormai è evidente non mi basterà la vita, mi ci vuole l’eternità – e ho bisogno di amici disposti appassionatamente a scavare con me questi fatti. Il resto irrompe ed erompe inesorabilmente e sempre più entusiasticamente.