Omelia Don Carlo 14 ottobre 2018

Omelia 14 ottobre 2018

“Gli corse incontro gettandosi in ginocchio e gli domandò (…)”.

Ma cosa Gli ha visto in faccia? Cosa ha Gesù di irresistibile, che Lo vedi per strada, Gli devi correre incontro di slancio e inginocchiarti, per andare a domandare d’impeto quello che Gli vedi in faccia, che Gli infiamma il cuore, che sta infiammando anche il tuo, tanto che non puoi farne a meno appena Lo hai visto? E lui grida:

“Cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”

Ecco, che cosa Gli ha visto in faccia, cosa Gli deve domandare: la vita eterna, che è un’espressione sintetica della concezione ebraica per dire quell’esperienza per cui è fatto il cuore. Nel nostro linguaggio non vuol dire nulla se non una cosa lontana, astratta, che non ha nulla a che fare con la vita di adesso, è una cosa che accadrà dopo, chissà, forse… No! αἰώνιον viene da “eón” che vuol dire un’epoca, una fase della vita; sono cinque le epoche della vita: la fanciullezza, la pubertà-adolescenza, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. A-eònion:, “a” è privativo, è una vita senza quelle fasi, in cui non accade più naturalmente che la pubertà ti fa perdere la fanciullezza, la giovinezza ti fa perdere e così via… alla fine a chi è vecchio sono rimaste solo le pompe funebri e basta, ha perso tutto. La vita eterna vuol dire una vita afasica, senza le fasi, che ha sfondato il limite del tempo, in cui la successiva non butta via la precedente, ma la conserva, la rivitalizza. E alla fine tu hai l’uomo vecchio, che ha incontrato la vita eterna, che le ha tutte insieme! Non ha perso la freschezza curiosa del fanciullo, non ha perso l’impeto fisico della pubertà, non ha perso la tensione ideale al sogno, all’infinito che ha il giovane, non ha perso la capacità di protagonismo, di creatività, di generatività dell’adulto, e ha insieme la saggezza dell’anziano che le ha viste tutte e si fissa sul punto, ha sempre a fuoco l’essenziale. Perciò l’anziano di fede è l’unico uomo che può essere entusiasta, perchè non si disperde più sui dettagli, ma ormai ha agguantato il punto: ha la saggezza dell’anziano fino allo stupore curioso, immediato del bambino; le ha tutte insieme: è una vita che ormai ha sfondato il tempo e quindi ti convince che sfonderà pure il limite della morte. Ormai c’è qualcosa, l’hai vissuto per settant’anni, per novant’anni, che ha già sfondato il tempo, le fasi sono già sfondate, il tempo che passa non ammazza quello precedente, non perdi più la vita vivendo – direbbe Eliot – ma la conquisti vivendo. Questo è il miracolo! Quella biologica no, una fase fa fuori l’altra, ma la vita spirituale, quella del cuore, invece, va verso un crescendo. Ecco cosa ha visto quell’uomo in faccia a Gesù. E Gli dice: “Io la Voglio! Questo è un miracolo! Nella tua faccia ci sono tutte! Tu hai trent’anni, ma di fatto c’hai la faccia del bambino e la faccia del vecchio! Le hai tutte insieme! Io voglio quello che hai Tu!”
Gesù lo guarda e gli dice: “Bene, seguimi, anche io sto cercando questa vita! Ho già iniziato a scoprirla, comincio a vedere che ribolle in me. Se vieni con me la scoprirai insieme con me”.

Di fronte alla sfida “si fece”, dice, “scuro in volto e se ne andò rattristato”

Come?! È arrivato entusiasta, vede la vita eterna e se ne va via triste?! Ci si aspetterebbe il contrario: che uno sia triste prima di averla incontrata, una volta che l’ha vista dovrebbe essere entusiasta. È paradossale, ma Con Gesù accade così. Ché la vera tristezza non è quella che hai prima; prima sì, ti manca qualcosa ma non sai bene quello che ti manca e ti godi quel che hai: se aveva molti beni se li godeva prima, era felice. La vera tristezza lui ce l’ha dopo; non perché ha perso tutti quei beni, no, li possedeva, li continua a possedere, li avrà fino alla fine della vita, se li potrà godere tutti, ma non se li potrà godere più come prima, perché prima aveva solo quello, non c’era altro che quello, magari un po’ di più. Adesso invece li ha ancora tutti e può fare esattamente quello che vuole, ma adesso Gli procurano tristezza invece che felicità: perché? Perché ha visto di più di quei beni, ha visto la vita eterna e se ne tornò a casa con quella tristezza, con quella benedetta tristezza. Perché è benedetta, perché quella non lo mollerà più. E gli ricorderà quello che lui un giorno ha visto, gli ricorderà che la vita eterna esiste, che in faccia di quel trentenne la vita eterna c’era. E lui sa che se la vuole potrà in un istante, come il Figliol prodigo, tornare a prenderla, tornare a goderne, solo se non ha paura di quella tristezza, se non la maledice, se non la uccide, se non è vigliacco, se non decide di ripiegare sulle cose vili. Sarebbero preziosi per questo uomo – non dice giovane, dice “un tale” –, degli amici amici di quella tristezza, che condividano con lui quella tristezza, che stiano con lui non per fuggirla, ma per guardarla, per convertirsi un giorno a quella tristezza, non per divertirsi, per divergere. Normalmente le amicizie naturali hanno lo scopo di distrarsi, di divergere, di non pensarci più. Gli amici veri sono amici di quella che Dostoevskij chiama quella “eterna e santa tristezza”: eterna, che non viene mai meno, e santa perché è il dono prezioso che Cristo fa a chi incontra, sia a chi decide di seguirLo, sia a chi decide, per adesso, di tornarsene a casa. Gli regala comunque quella eterna e santa tristezza. Siamo amici per averla cara.