Omelia Don Carlo 8 settembre 2019

Omelia 8 settembre 2019

“Chi non porta la sua croce non può essere mio discepolo”.
Per capire Gesù devi portare la tua croce, che è la croce della vita, nuda e cruda, del rapporto con la realtà, di chi prende sul serio tutte le cose e non fa il furbo. Le cose belle e quelle dolorose sono tutte una croce. La croce non è quella dei romani, è la tua esperienza quotidiana perché le cose belle svegliano, infiammano il desiderio a cui nessuna darà mai risposta adeguata; sono come un cibo o una bevanda salata, aumentano l’appetito le cose belle. Mai trovato uno che ne avesse abbastanza! E più uno ne ha, più è ricco e più accumula.

Il mio primo grande maestro moderno, Karl Marx – ma anche Freud e Nietzsche l’hanno dimostrato fino in fondo: l’uomo moderno, avendo abbandonato il creatore, diventa vorace, esasperato sulle cose. Infatti, sta spremendo il pianeta (alla faccia degli ecologisti!), non gli basta la Terra, ha già visto che sulla Luna non c’è niente, va su Marte e non gli basterà la galassia, non gli basta niente a un uomo vivo!
Le cose dolorose poi, di cui la vita è piena, ti contraddicono in faccia e tu piangi, giustamente. Guai a un uomo che non piange e si rassegna!
Un ateo doloroso e amaro, eppur così desideroso, come Leopardi glielo dice in faccia: “Natura matrigna che di tanto inganni i figli tuoi, non mantieni poi quel che prometti, allor?”.
Questa è l’esperienza di un uomo serio. Chi non la fa vuol dire che bara. Perché la realtà è così, non ve la raccontate.

Cosa vuol dire allora essere seri? Prenderla sul serio e portare la tua croce senza scaricarla su qualcun altro o evadere in modo artificioso. Lo dice acutamente, molto poeticamente, questo Salmo 89 – uno dei più esistenziali, sapienziali, si dice con un linguaggio teologico:
“Insegnaci a contare i nostri giorni e raggiungeremo la saggezza del cuore”.
“Contare” vuol dire soppesare, dir con la bilancia, dire quanto pesano. Pesarli uno per uno e domandare ad ogni giorno la felicità che quello stesso giorno ti incita, ti aizza a desiderare e non accontentarsi delle briciole. Domandare fino a gridare che venga uno a salvarti e a compierti perché i giorni della vita non ti salvano, non ti compiono, non ti sono dati per saziarti, per farti felice. Le cose non ci sono date per farci felici, ci sono date per aizzare il desiderio della felicità. Sono segno, sono promessa le cose, non compimento. Il naturalismo – i pagani che adoravano le cose della natura – è terribile.

Il cristianesimo ha bisogno di cuori non pagani, che non adorino la natura, che non si aspettino dalla natura quello per cui lei non è fatta. E ancora, luminosamente, questo Salmo dice, ecco: “Fa risplendere il Tuo volto sul tuo servo e io sarò salvo”.
Il grido che diventa cosciente, consapevole, sennò è un grido, un lamento bestiale – urla, bestemmie, odio, depressione – ma un grido diventa umano, diventa un grido umano, è umano quando si acuisce su un punto. “Fa risplendere il tuo volto” perché ciò di cui ha bisogno il cuore è una felicità che abbia un volto, che sia una faccia umana. Un Dio come un idolo naturalistico è diabolico, solo un Dio con una faccia umana può corrispondere al mio cuore, non può essere un’altra faccia umana domandante come la mia. “Mostrami il Tuo volto”: il volto del Creatore, però il volto umano è il segno più suggestivo del Suo volto. Dio in faccia non si vede, ma l’uomo ha bisogno di vederLo e Lui ha deciso di mostrarci la Sua faccia. Gesù ha la pretesa di essere la Sua faccia.
“Io e il Padre siamo una cosa sola”, non una sola persona, no! una cosa, un Essere: il Padre ha la Sua (faccia) e io ho la mia, ma “Chi vede la mia, vede il Padre”, disse un giorno a Filippo.

Noi sopportiamo la croce della vita, non ci disperiamo, non bestemmiamo, non ci lamentiamo, non la scarichiamo, non ne evadiamo, solo se vediamo un volto umano che riflette il Suo. Un volto perciò da amare. Io ho bisogno di affetti veri e un affetto vero è questo: lasciati attrarre dal Suo. Perciò è ragionevole che io Lo ami, a questo è ragionevole legarsi in tutta la vita. Sono gli affetti, i legami vocazionali, in tutte le forme. Cioè sono affetti, legami, volti che quando li vedi ti si ridesta – per me è così – la voglia di far festa. Ogni volta desideri che sia una festa. Da questo volto, da questo affetto non ti vorresti staccare se non per andare a festeggiar col mondo, e gridarlo a tutti. C’è solo una cosa più bella di un affetto vocazionale: è l’affetto, l’abbraccio di tutti i volti del mondo, che se Gesù non fosse morto e risorto sarebbe ridicolo solo pensare.