omelia 31 maggio 2019
“Beata Colei che ha creduto”.
Agli occhi di Elisabetta la fede è un’esperienza umana che rende beati. Gliela vede in faccia a quella ragazzina.
A me interessa solo questa fede che è la sfida che questa fede di Maria ed Elisabetta lancia alla mia vita perchè, ogni giorno, questa fede mi chiede:
“Ma che felicità vuoi per te?”.
Non c’è niente al mondo che mi abbia tenuto sveglio più di questa fede!
Perché Elisabetta grida questo? “Beata te che hai creduto?”. Che cosa vede in quella ragazzina? Che cosa è accaduto a Maria?
Lo dice Lei stessa: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”.
Le grandi cose sono il compito che, da quel momento, vede per la Sua vita: offrire la Sua carne, tutto della sua umanità, per quel compito. Niente le prospetta una grandezza come questa: offrire la Sua umanità perché il Mistero infinito possa diventare compagno degli uomini, possa mostrare, ad ogni uomo, la possibilità di realizzare se stesso, perchè un uomo possa
dire, stupito: “Ma io ho lo stesso compito di Maria, la mia vita non è vana!
Nessun uomo, da quel momento, è “maledetto”. Perché la carne di ogni uomo, comunque sia, può ospitare il Mistero, come Lo ospita Maria.
Non esiste più l’uomo maledetto, l’uomo fallito, quel “sì” ogni uomo lo può dire, anche il più umanamente devastato.
Noi siamo stati scelti per conoscere questa grandezza che da quel giorno quelle due donne sentono quando si abbracciano, si fanno compagnia nei
giorni e nei mesi di quelle due misteriose gravidanze.
Sperimentano la grandezza della loro vita. Una era sterile e l’altra era vergine e portano addosso i due più grandi Profeti del mondo che hanno risvegliato la speranza del popolo ebraico e poi del mondo intero. Ecco noi
siamo qui esattamente perché ci sono accadute quelle grandi cose accadute a loro due. Altrimenti non ci saremmo o comunque non ci sarei io.
Non sarebbe ragionevole che io fossi qui se non per la stessa grandezza.
Perché la fede cristiana non sarebbe una fede che rende beati, non sarebbe, comunque, la mia fede.