Omelia 30 maggio 2019
“Tutte le generazioni mi diranno beata”
Fra 2000 anni, il 30 maggio del 2019, ci saranno delle persone che mi diranno ancora beata, fortunate per quello che è successo. Noi questa mattina adempiamo, realizziamo l’intuizione profetica di quella ragazza adolescente. Come faceva ad essere certa che dopo duemila anni una generazione l’avrebbe ancora detta beata?
Perché era certa che quello che viveva era l’eterno, dentro la sua carne. Sapeva chi era. Sapeva per cosa la sua carne e il suo cuore erano fatti. Le è accaduto di ospitare l’eterno e ha sentito che era vero. Che il vero era presente. Le è accaduto di ospitare l’eterno e ha sentito che era vero e il vero è per sempre.
Era certa che fino alla fine del mondo quello che è accaduto nelle sue viscere permaneva nel mondo e rendeva beate tutte le generazioni che l’avessero conosciuto, accolto, deciso di dedicargli la vita come aveva fatto lei da quel momento.
Che cosa le era accaduto? Che il divino, che tutti gli uomini religiosi cercano, per cui è fatto il cuore di ogni uomo, era entrato nel mondo nel modo sconvolgente ed elementare con cui ci entra ogni altro uomo: attraverso la carne, le viscere di una donna. Tutti noi ci entriamo così nel mondo. Il divino ci entra nello stesso modo. La carne di una donna – allora la donna era come uno schiavo, non valeva niente – è sacra perché il divino la sceglie. Non c’è più niente di profano, di impuro, di banale. Sono sacre le viscere di una donna, tutto è sacro nell’universo. Questo è il metodo con cui Dio entra nel mondo. La mia fragilità, la mia precarietà, com’è precaria la carne che fiorisce e poi si disfa, un malato, un anziano lo sentono bene. Bene, la carne è sacra non perché dura in eterno ma perché ospita Colui che dura per sempre. Da quell’istante è sua, è la sua faccia nel mondo, non può finire in un sepolcro la nostra carne perché è la faccia di Dio. Dio si fa vedere, si fa sentire toccare, abbracciare, amare attraverso la precarietà della mia povera carne.
E questo scatena – terzo aspetto – in quella ragazza il sentimento di entusiasmo “magnificat” l’anima mia magnifica, l’anima mia è una cosa magnifica, la mia vita è una cosa magnifica. Io sono magnifica dentro il mondo. Sono entusiasta di me, non perché io sono brava, capace e forte ma perché io sono dimora Sua, perché la mia carne da questo istante è la sua carne e carne della mia carne, ossa delle mie ossa. Dice Adamo abbracciando Eva la prima volta. Lo dice Dio quando sceglie di essere partorito e animato dalla carne di quella donna.
Questa è la ragione dell’entusiasmo cristiano: che io sia bravo o non bravo, forte o fragile, precario o tosto non cambia nulla. Quello che cambia è il criterio con cui mi vanto, anzi è la mia fragilità, la mia penetrabilità, il mio cedimento sono più spazio fatto a Dio dirà San Paolo: ὅταν γὰρ ἀσθενῶ, τότε δυνατός εἰμι, “Più mi sento niente e più sono spazio per Lui”.
Il tono del nostro umore dipende fondamentalmente dal criterio con cui noi ci valutiamo, con cui valutiamo la nostra carne: o è dimora di Dio o non è dimora di Dio. Questo fa la differenza. Il resto va tutto bene, ma comunque non vale ad interferire su questo livello.