*Omelia 24 marzo 2019*
“Togliti i sandali, sconsacrati”.
Si coprì il volto per paura, Mosè ha paura di Dio perché lui è profondamente religioso, crede in Dio, ma Dio per lui è ignoto, non ha volto, non ha nome e noi dell’ignoto abbiamo paura, tutti.
Infatti, ribatte: “Sì, ma se non dico Chi sei, non gli dico il nome, che faccia hai, mi diranno qual è il Suo nome, cosa gli rispondo?”. Perché questi non mi credono, non mi seguono. Noi non siamo disposti a seguire un Dio se no Lo vediamo in faccia, se non sappiamo qual è il Suo nome. Mosè è un uomo sano, gli ebrei sono sani, vogliono essere liberi e sfidano Dio, e Dio accetta la sfida: “Ok Mosè, così ti voglio, un uomo di fede ma con una fede ragionevole.” Non sei disposto a seguire chiunque.
Per questo ti dico chi sono, perchè La sfida è che da schiavi ci fa diventare liberi. Se dobbiamo seguire un dio che non sappiamo chi è, che faccia ha, che libertà è? Eran già tosti, fin da schiavi gli ebrei, non per niente eran figli di Abramo. E Dio risponde, ma risponde da Dio: “Sono Colui che sono sono”. Traduzione abbastanza infelice perché la lingua ebraica è troppo densa e molto equivoca, e chi non fa un’esperienza puntuale prende delle cantonate. ‘אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה’ non vuol dire “io sono Colui che sono” in senso ontologico, greco: “sono l’Essere” come direbbe San Tommaso che c’è cascato su questo. La forma del verbo essere è una forma causativa: “Io sono quello che ci sono e che faccio qualcosa che cambia la realtà”. Quindi se tu vuoi sapere Chi sono non me lo chiedere, vieni con Me nel mar Rosso a sfidar le onde, vieni con Me a sfidare i cavalli, i cavalieri e i faraoni, vieni con me nel deserto, facciamo il deserto insieme per quarant’anni. E lì, vedendo quel che faccio, vedendo come faccio, tu capirai Chi sono, capirai dai fatti. Io sono Colui che parlo con i fatti. Le mie parole sono dei fatti che parlano. Infatti il termine “parole” in ebraico _Addebarim_ vuol dire parole-fatti, fatti che parlano. Il metodo di Dio:fa per farsi capire. Se tu vuoi capire devi fare con Lui, devi fare per capire le cose con Lui. Devi giocare la libertà. Ti devi impegnare con tutto te stesso, come Lui ha rischiato fino ad andar sulla croce.
È la realtà che chiarisce, che svela chi è Dio, che svela il Suo mistero. La realtà chiarisce sempre. Quando noi andiamo in confusione è perché invece che pensare la realtà pensiamo i pensieri nostri. Non è che siamo scemi, siamo fermi. Invece che fare, pensiamo i pensieri. Ci sono dei pensieri paralleli alla realtà. Infatti si chiama paranoia, che è il preambolo della schizofrenia: pensare i pensieri. I matti non è che perdano la ragione. Perdono tutto fuorché la ragione. Pensano in modo logicissimo, ma non pensano la realtà. È la realtà che chiarisce, la realtà è sempre chiarificatrice. Quando noi diciamo che la realtà mi ha messo in confusione, non è la realtà che ti ha confuso. La realtà ti ha smontato le tue apparenti chiarezze. Gli schemi che non erano veri. Se non sei d’accordo con la realtà, devi cambiare idea tu. La realtà ha ragione. Sei tu che non la guardi per quello che è.
Questa fede, la fede del Dio di Mosè, è una fede per tutti, democratica. Perché tutti possono guardare la realtà. Tutti possono mettere le mani in pasta, nella realtà. Cioè, no, non è per tutti. Non è per i pigri per quelli che non si vogliono sporcare le mani. Il Catechismo chiama il pigro accidioso. In greco uno dei setti vizi capitali, l’ultimo: l’accidia, ἀκῆδος (akedós) vuol dire “trascurato”, chi non ha cura di sé. Il “curiosus” invece è quello che è appassionato. L’accidioso è il non-appassionato, quello che non ha cura di se stesso. È quello che preferisce sempre il comodo al vero. Si chiede sempre quanto mi costa, quanta fatica. Non si chiede quanto una cosa vale. È un uomo meschino, vigliacco. Che ha come scopo il fare il meno fatica possibile. Che non è disposto a combattere fino all’ultimo per la propria felicità. Per un uomo così, non c’è spazio né per l’amore degli altri uomini né per quello di Dio. Perché è lui che non fa spazio nemmeno al proprio cuore, al voler bene a se stesso.